Sedotta da Diabolik
di Almendra
Il ricordo di me bambina alle prese con Diabolik è qualcosa di strano e forse indescrivibile. Un fumetto in bianco e nero che non era divertente come potevano essere le storielle degli incorreggibili Qui, Quo, Qua. Diabolik era cosa da grandi, che per me voleva dire per ragazzini di dodici o tredici anni, quasi adulti rispetto ai miei sette o otto anni. Diabolik aveva un fascino particolare, era seducente. Seducente lui, eroe cattivo che però si rivelava un vero gentleman nei confronti della sua amatissima Eva. Come dire un biscotto amaro con il cuore dolce. Seducente Eva Kant, sempre bellissima, dalla silhouette invidiabile e dal volto splendido. Di Eva conservo un ricordo particolare perché l\'ammiravo, mi piaceva guardare le immagini che la riproducevano così perfetta nelle forme e nel seguire l\'oggetto del suo amore. Seducenti anche le storie, a partire dai mille volti dei due eroi, che li camuffavano non solo agli occhi degli altri personaggi della storia, ma anche a quelli di me lettrice, sempre nel sospetto che Diabolik o Eva si nascondessero sotto le spoglie di qualche altro personaggio. Seducenti le trovate che risolvevano l\'avventura a favore di Diabolik attraverso marchingegni mai immaginati, che a pensarci bene portavano in sé quel tocco di umorismo che ci voleva, altrimenti la storia sarebbe stata troppo seria e veramente per adulti. Seducenti anche i nomi dei due eroi: Diabolik, che era un chiaro riferimento al diavolo, a qualcosa di inquietante e tenebroso, ed Eva, il nome della prima peccatrice della storia. C\'era da chiedersi se era lecito leggere questo fumetto, e forse lo si leggeva proprio perché sedotti dal fatto che forse non era lecito.
Eva Kant, l’icona bionda
di Milena Bonucci Amadori
A chi interessa conoscere come inizia la storia di Eva Kant e di Diabolik? Chi mai vuole sapere se Eva era una costola di Diabolik oppure se sono stati creati insieme, contemporaneamente, da un unico ideatore o da due sorelle piene di immaginazione in tempi diversi? Di certo non interessa a me, alla ragazzina che ero. Cominciai a leggere quel fumetto capitato in casa chissà come e con quel poco di bianco e nero in mano, sognavo di essere Eva su un’auto sportiva con a fianco il mio Diabolik. Era facile identificarsi con Eva: bella, alta, slanciata, atletica, appassionata, bionda, sofisticata. Una che condivide le sorti con un uomo audace e spregiudicato. Io, la ragazzina, ne rimasi incantata. Ammiravo, con una punta di gelosia, quella coppia che bastava a se stessa, che pur essendo ricercatissima dalla polizia viveva una vita piena di libertà, che frequentava con la stessa naturalezza sia i propri rifugi, sia le feste. Diabolik e Eva erano sì dei ricercati, ma non erano mica dei delinquenti comuni. Rubavano e uccidevano, eppure lo facevano con un’etica, tutta loro, ma un’etica. A contrastarli, dalla parte della legge, c’era un’analoga intelligenza, un ispettore bello, tenace e coraggioso, ma io, la ragazzina, non ne ero affascinata. Se avessi potuto trasferirmi a Clerville avrei voluto conoscere solamente quell’uomo e quella donna inossidabili e sempre innamorati. È lì, in quell’amore romantico e paritario, che percepivo il fascino di quel fumetto. Io, la ragazzina, intanto crescevo e mi accorgevo che non c’era nessuna bellezza nella spicciola delinquenza della cittadina di provincia dove vivevo: solo piccoli furti e scippi, nulla a che fare con la malìa che esercitavano Diabolik e Eva. Crescevo, ma non perdevo la consuetudine alla lettura e intanto, mi guardavo allo specchio. Era ora di cambiare, lo sentivo come un imperativo interiore, perché io, da ragazzina, ero sì magra e appassionata, ma ero anche sgraziata e, soprattutto, mora. Però avevo un modello a cui ispirarmi, un ideale perfettamente definito. Alcune cose mi apparivano un po’ più lunghe e difficili da perseguire: avrei dovuto iscrivermi ad una scuola di danza per imparare a muovermi con armonia e agilità e anche studiare le regole del bon ton e della guida sportiva e poi, almeno, provare ad aumentare il mio scarso coraggio intraprendendo azioni audaci. Però sapevo pure che c’erano delle cose che potevo fare immediatamente. Dal guardaroba, perciò, bandii i colori e tenni solo i capi neri, attirandomi le prime critiche in famiglia. Poi i capelli: se solo fossi riuscita a convincere la mamma della necessità assoluta di modificarne il colore. Non potevo essere una Eva di colore castano scuro, quasi nero. Ma la mamma non ne voleva proprio sapere. Non capiva proprio niente, la mamma. Allora mi confidai con la mia migliore amica. Dopo aver fatto una dettagliata analisi, trovammo la soluzione e la mettemmo in pratica un pomeriggio di tarda primavera, a casa sua. Le istruzioni sulla scatola erano semplici: preparare la crema decolorante miscelando la polvere contenuta nella confezione e il perossido di idrogeno, più noto come acqua ossigenata, poi stenderla su tutta la lunghezza dei capelli e tenerla in posa per venticinque, trenta minuti. La crema sembrava un po’ scarsa per essere ben distribuita, ma noi pensammo bene che, magari, sarebbe stato sufficiente tenere l’impacco decolorante un poco più a lungo di quanto prescritto, per raggiungere lo scopo. Comunque, più facile di così non si poteva. Dopo cinquanta minuti cominciò la fase del risciacquo, ma insieme alla crema scivolarono via anche ciocche di capelli, molte, tante ciocche. Però erano ciocche di capelli chiari, quasi bianchi. L’asciugatura e la piega si risolsero in pochi minuti lasciando sulla mia testa di ragazzina dolente una manciata di stoppa giallastra. Ora restava solo un’ultima cosa da fare, una vera azione audace e coraggiosa, un gesto che, sono sicura, neanche Eva Kant avrebbe voluto fare: mostrarsi e confessare il guaio alla mamma.
Kriminal contro Diabolik di Maurizio Balestra
Diabolik? No. Non mi è mai piaciuto molto e quei pochi numeri, che dopo chissà quanti giri mi sono trovato a leggere (all’epoca i giornalini passavano decine e decine di mani prima di arrivare alla tue), di solito li lasciavo per ultimi. Io poi non ne ho mai comprato uno, all’epoca i soldi erano pochi e quei pochi cercavo di investirli meglio. Diabolik era roba da donne! Non mi piaceva lui, il bellone. Questa specie di 007 cattivo, ma fedele, che vinceva sempre. Ci voleva ben altro per il mio immaginario di allora! Non mi piaceva lui non mi piaceva la grafica (le ragazze che lo attorniavano, in ogni numero almeno una diversa, erano tutte uguali, si distinguevano solo dalla pettinatura e dal colore dei capelli). Non mi piacevano le storie. Le maschere di gomma con cui potreva assumere le sembianze di chiunque (ma come facevi a non accorgerti che davanti a te avevi uno che indossava una maschera di gomma?), lo ponevano troppo al di sopra dei suoi avversari . Una volta che (con un artificio narrativo) rendi impossibile accorgerti che chi hai di fronte indossa una maschera, questo può fare di te ciò che vuole! Bella forza! Con la maschera diventa facile risolvere qualsiasi situazione e possibile sdipanare qualsiasi intreccio, senza bisogno di fare (logicamente) i salti mortali. Si indossa la maschera ed il gioco è fatto. Nessuno ti riconosce. I ruoli si invertono e la via di fuga è sempre aperta e a portata di mano . Chi ne risente è il racconto che diventa monotono e ripetitivo. Qualcosa come i romanzi di Liala. Roba da donne! Vuoi mettere Kiminal e/o Satanik (sua sorella? il suo alter ego?). Nati di lì a poco . Non c’è storia. Fosse solo per quel po’ di pelo che lasciavano intravvedere (per quei tempi era comunque un qualche cosa!) Ma non solo quello. Lei sì che era veramente diaboliKa, anzi sataniKa! Erano personaggi complessi. Le storie avvincenti e Magnus era Magnus. Di fonte al mondo criminale e corrotto in cui si muove Kriminal ed a quello horrorifico e soprannaturale di Satanik, il mondo di Diabolik sembra quello dei “telefoni bianchi”. Liala. E poi si legge Diabolik o Diabolìk? Il problema si pone anche con Satanik, ma con Diabolik diventa stringente quando, ad un certo punto, in televisione compare Dorellìk, la versione sfigata di Diabolik (o Diabolìk). E come poteva non essere. Un personaggio così perfetto sembrava inventato apposta per essere preso per il culo. E così fu per il divertimento di noi bambini. Io poi Jonny Dorelli (soprattutto in versione Dorellìk) lo apprezzavo particolarmente, perché una sera gli si fermò la macchina proprio davanti a casa mia (sulla via Emilia) e la portò a riparare dall’elettrauto (Bianchi) che era proprio lì sotto . Attorno gli si formò un capannello di gente e Dorelli, quando gli andai a tirare la giacca per chiedergli un autografo, mi prese in braccio (la sua foto autografata devo averla ancora da qualche parte).
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