Tango

Dolfo Nardini

Tango



Il dialetto, o almeno il nostro dialetto, non si presta ad esprimere tutta una serie di sentimenti o di stati d’animo, che potremmo definire “moderni”.
Questo perché nella cultura che lo ha espresso (e che con esso si esprimeva) tali sentimenti, non erano riconosciuti come tali, o lo erano con forme e manifestazioni diverse da quelle attuali. Mancano le parole. E se anche ci sono, si sente che sono state prese a prestito e “dialettizzate” successivamente. Anche perché sono parole che è difficile mettere in rapporto con le altre, si legano male e alla fine non riescono comunque ad esprimere pienamente i concetti, perché il contesto non gli si adatta: primo fra tutti l’Amore.

Le parole Amore, in italiano e Amor, in dialetto, anche se simili non coincidono perfettamente. L’Amor è qualcosa di diverso dall’Amore.
Tanto che in dialetto non si dice “ti amo” (“a t’em” – è una forzatura, anche fastidiosa all’orecchio), si dice “a t’voi ben”, che è qualcosa di meno.
La parola amore, in dialetto (almeno nel dialetto cesenate, non so altrove), da sola, senza essere legata ad alcun contesto, rimanda di più al Gelso (l’Amor) che al sentimento amoroso.
Per fare riferimento al sentimento è necessario specificare, aggiungere qualcosa… l’amor pr i fiul, l’amor par la ma… cioè specificare l’oggetto del sentimento (che poi alla fine si riduce sempre a un voler bene).
Più coinvolgente, perché legato anche al concetto di passione e a tutto ciò a cui la passione rimanda, è il fare all’amore (e’fè l’amor), che in questo caso è azione tendente ad esprimere l’amore materiale. La copula e tutto quanto ruota attorno ad ad essa: andare a casa della fidanzata, il parlare fra innamorati, i baci… sino all’atto finale.
L’andè a fè l’amor è andare a compiere delle azioni diverse, comunque tutte tendenti allo stesso scopo, che è materiale e non spirituale. Nel dialetto la parola amore perde (forse è meglio dire non ha mai acquisito) quella dimensione spirituale di cui, piano piano, si è caricata nel tempo, grazie alla progressiva sublimazione degli istinti.

Una ricerca statistica sulla frequenza delle parole usate nel dialetto, parlato dalla gente comune, io credo, potrebbe dimostrare che alcune parole: quelle legate alla sfera del dolore, della sofferenza, della fatica, vengano usate con una frequenza molto maggiore delle altre.
Con una simile ricerca si potrebbe quasi ricostruire la mappa mentale (collettiva) del romagnolo e risalire alle radici materiali dai cui si è formato.
Ad esempio, riprendendo il Morri, alla parola Gioja, vengono riconosciuti i significati di: Dama, Ganza, Innamorata, Amica. E non gli altri, legati alla sfera del sentimento. Il provare gioia, in dialetto non esiste. E anche parole come Alegria-Aligreja-Algreja o Felicità-Felicitè-Felizitè. Suonano un poco forzate. Lo stesso dicasi della Gentilezza-Gentileza, mentre la Dolcezza manca del tutto. Anche la tristezza, nel dizionario del Morri non si trova, anche se si trova Trést: Magro, Scarso, Tristo, Debole, Minuto. Che ha poco a che fare con il nostro essere tristi, che forse ha maggior contatto con l’area concettuale ricoperta dalla parola Avilis: Abbandonarsi, Cader d’animo, Perdere coraggio… e più ancora con Malincunéja (Malincunia, a Cesena): Malinconia, Abbattimento, Mestizia, Tristezza, Mattana (specie di malinconia nata dal rincrescimento, e dal non sapersi che si fare); sulla cui appartenenza all’area (concettuale) del dialetto però ho seri dubbi…

Dolfo Nardini, con queste poesie si addentra in queste aree di difficile espressione. Prova a dire, suscitare sentimenti, senza disporre delle parole necessarie. Prova a fare quello che in effetti la musica ha sempre fatto, il tango in particolare (“un sentimento triste che si balla” secondo l'azzeccata definizione di Enrique Santo Discépolo), che è proprio la musica a cui si ispira.



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