Da: La natura (De rerum natura) di Lucrezio
LIBRO I
(...)
La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti
turpemente schiacciata dall'opprimente religione,
che mostrava il capo dalle regioni celesti,
con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali.
Un uomo greco per la prima volta osò levare contro di lei
gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei.
Né ... [Leggi tutto]
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Da: La natura (De rerum natura) di Lucrezio
LIBRO I
(...)
La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti
turpemente schiacciata dall'opprimente religione,
che mostrava il capo dalle regioni celesti,
con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali.
Un uomo greco per la prima volta osò levare contro di lei
gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei.
Né le favole intorno agli dèi, né i fulmini, né il cielo
col minaccioso rimbombo lo trattennero: anzi più gli accesero
il fiero valore dell'animo, sì che volle, per primo,
infrangere gli stretti serrami delle porte della natura.
Così il vivido vigore dell'animo prevalse,
ed egli s'inoltrò lontano, di là dalle fiammeggianti mura del mondo,
e il tutto immenso percorse con la mente e col cuore.
Di là, vittorioso, riporta a noi che cosa possa nascere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto.
Quindi la religione è a sua volta sottomessa e calpestata,
mentre noi la vittoria uguaglia al cielo.
Questo, a tale proposito, io temo: che per caso tu creda
d'essere iniziato ai fondamenti d'una dottrina empia e d'entrare
nella via della scelleratezza. Mentre per contro assai spesso proprio
essa, la religione, cagionò azioni scellerate ed empie.
Così in Aulide l'altare della vergine Trivia
col sangue d'Ifianassa turpemente macchiarono
gli eletti condottieri dei Danai, il fiore degli eroi.
Appena la benda avvolta attorno alla bella chioma virginea
le scese lungo le guance in due liste uguali,
appena si accorse che il padre stava mesto innanzi all'altare,
e accanto a lui i sacerdoti celavano il ferro,
e il popolo effondeva lacrime alla sua vista,
muta di terrore, piegate le ginocchia, crollava a terra.
Né alla misera in tale frangente poteva giovare
l'aver dato per prima al re il nome di padre.
Ché sollevata dalle mani dei guerrieri e tremante
fu portata all'altare, non già perché, compiuto il rito solenne,
potesse essere accompagnata al suono dello splendido imeneo,
ma perché pura impuramente, nel tempo stesso delle nozze,
cadesse vittima mesta immolata per mano del padre,
e così fosse data alla flotta partenza felice e fausta.
A tali misfatti poté indurre la religione.
Tu stesso, una volta o l'altra, vinto dai detti terrificanti
dei vati, cercherai di staccarti da noi.
Quanti sogni difatti essi possono ora inventarti,
tali da poter sovvertire la condotta della vita
e turbare col timore tutta la tua sorte!
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VENERDI 6 AGOSTO - CESENA - CASA SERRA
H. 18.00
LEA CANDUCCI - DEBOLE QUESTA NOTTE
Debole questa notte, a dispetto del titolo, campeggia come una furiosa lotta contro il Tempo per strappargli i volti di cartapesta, le maschere rivolte al passato e al futuro, ma non al presente: di ciò che scorre davanti agli occhi Kronos non sa dire nulla, non sa distinguere il bene dal male, non sa discernere i dubbi dagli inganni. Non sprecare le parole, anzi fare in modo che esse si intridano di realtà, ... [Leggi tutto]
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VENERDI 6 AGOSTO - CESENA - CASA SERRA
H. 18.00
LEA CANDUCCI - DEBOLE QUESTA NOTTE
Debole questa notte, a dispetto del titolo, campeggia come una furiosa lotta contro il Tempo per strappargli i volti di cartapesta, le maschere rivolte al passato e al futuro, ma non al presente: di ciò che scorre davanti agli occhi Kronos non sa dire nulla, non sa distinguere il bene dal male, non sa discernere i dubbi dagli inganni. Non sprecare le parole, anzi fare in modo che esse si intridano di realtà, è questo il compito che spetta alla poesia: impastare suoni e significati assume la dimensione di un necessario rito apotropaico per restituire verità alla vita, salvandola dalla temporalità funeste e indifferente. … (dalla prefazione di Donato di Stasi)
Note sull’Autrice Lea Canducci, nata a Cesena, vive a Roma, dove svolge la propria attività di poetessa e psicologa. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “E ora domani”, 1974 – “La via dipinta”, 1975 – “Doppia uscita”, 1979 – “Azzardi di rito”, 1983, con prefazione di A. Bertolucci – “Litanie d’accatto ”, 1985, con disegni di A. Sughi - “Specchietti per allodole”, 1989, con disegni di B. D’Arcevia – “Mosca ’90”, poemetto scritto in occasione di un viaggio in Russia con una delegazione di critici e scrittori italiani – “La danza del delfino”, con postfazione di Giuliano Manacorda, 1995 – “Letture e riletture”, con prefazione di Giorgio Patrizi, 1999 – “Terre nere”, resoconto in versi di un viaggio nei lager nazisti, illustrazioni di Marina Bindella, Carlo Lorenzetti, Giulia Napoleoni, Lucio Passerini, ediz. dell’Oleandro, 2001 – “Schermaglie di frodo”, con prefazione di Luigi Fontanella, 2003 – “Premio Corrado Alvaro”, vincitrice sezione Poesia, con introduzione di Walter Pedullà, ediz. Marsilio, 2008.
Ha pubblicato inoltre un saggio critico intitolato: “Giacomo Leopardi , autoanalisi di un poeta”, 1978, riedito nel 1999 per le edizioni dell’Oleandro e un volume di racconti per ragazzi, “Storie di animali e di bambini”, 1981. Collabora a varie riviste letterarie.
Organizza da anni incontri di poesia. È presente in diverse antologie. Ha avuto vari premi e riconoscimenti. “Debole questa notte” con prefazione di Donato di Stasi e tavole di Marina Bindella, ed. Terre Sommerse 2010, è l\'opera vincitrice del Premio “è Tempo di Cultura”, sezione speciale Poesia edita.
Questa scrittura sobria e remunerativa, nel senso di una matura naturalezza espressiva, si nutre di una memoria leopardiana e di una sapida vocazione alla precisione, al fine di annullare i margini di equivocità intorno alle pulsioni descritte e alle intenzioni morali evocate. Nelle sue trame testuali Lea Canducci porta a compimento un diario della contingenza, allineando frammenti e variazioni attorno a situazioni comuni, reinventate e convogliate verso un’epica del quotidiano, che designa la prossimità dell’etico al parlato, oltre che la corrispondenza tra le varie linee dell’Io, impegnato a non soccombere e a non farsi travolgere dalla Storia individuale e collettiva. Non l’Io che fugge da se stesso, non la rappresentazione virtuale di un’idealità che si spegne quasi sempre in inefficace preghiera, piuttosto la realtà della presenza ….(dalla prefazione di Donato di Stasi)
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Sedotta da Diabolik
di Almendra
Il ricordo di me bambina alle prese con Diabolik è qualcosa di strano e forse indescrivibile. Un fumetto in bianco e nero che non era divertente come potevano essere le storielle degli incorreggibili Qui, Quo, Qua. Diabolik era cosa da grandi, che per me voleva dire per ragazzini di dodici o tredici anni, quasi adulti rispetto ai miei sette o otto anni. Diabolik aveva un fascino particolare, era seducente. Seducente lui, eroe cattivo che però ... [Leggi tutto]
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Sedotta da Diabolik
di Almendra
Il ricordo di me bambina alle prese con Diabolik è qualcosa di strano e forse indescrivibile. Un fumetto in bianco e nero che non era divertente come potevano essere le storielle degli incorreggibili Qui, Quo, Qua. Diabolik era cosa da grandi, che per me voleva dire per ragazzini di dodici o tredici anni, quasi adulti rispetto ai miei sette o otto anni. Diabolik aveva un fascino particolare, era seducente. Seducente lui, eroe cattivo che però si rivelava un vero gentleman nei confronti della sua amatissima Eva. Come dire un biscotto amaro con il cuore dolce. Seducente Eva Kant, sempre bellissima, dalla silhouette invidiabile e dal volto splendido. Di Eva conservo un ricordo particolare perché l\'ammiravo, mi piaceva guardare le immagini che la riproducevano così perfetta nelle forme e nel seguire l\'oggetto del suo amore. Seducenti anche le storie, a partire dai mille volti dei due eroi, che li camuffavano non solo agli occhi degli altri personaggi della storia, ma anche a quelli di me lettrice, sempre nel sospetto che Diabolik o Eva si nascondessero sotto le spoglie di qualche altro personaggio. Seducenti le trovate che risolvevano l\'avventura a favore di Diabolik attraverso marchingegni mai immaginati, che a pensarci bene portavano in sé quel tocco di umorismo che ci voleva, altrimenti la storia sarebbe stata troppo seria e veramente per adulti. Seducenti anche i nomi dei due eroi: Diabolik, che era un chiaro riferimento al diavolo, a qualcosa di inquietante e tenebroso, ed Eva, il nome della prima peccatrice della storia. C\'era da chiedersi se era lecito leggere questo fumetto, e forse lo si leggeva proprio perché sedotti dal fatto che forse non era lecito.
Eva Kant, l’icona bionda
di Milena Bonucci Amadori
A chi interessa conoscere come inizia la storia di Eva Kant e di Diabolik? Chi mai vuole sapere se Eva era una costola di Diabolik oppure se sono stati creati insieme, contemporaneamente, da un unico ideatore o da due sorelle piene di immaginazione in tempi diversi? Di certo non interessa a me, alla ragazzina che ero. Cominciai a leggere quel fumetto capitato in casa chissà come e con quel poco di bianco e nero in mano, sognavo di essere Eva su un’auto sportiva con a fianco il mio Diabolik. Era facile identificarsi con Eva: bella, alta, slanciata, atletica, appassionata, bionda, sofisticata. Una che condivide le sorti con un uomo audace e spregiudicato. Io, la ragazzina, ne rimasi incantata. Ammiravo, con una punta di gelosia, quella coppia che bastava a se stessa, che pur essendo ricercatissima dalla polizia viveva una vita piena di libertà, che frequentava con la stessa naturalezza sia i propri rifugi, sia le feste. Diabolik e Eva erano sì dei ricercati, ma non erano mica dei delinquenti comuni. Rubavano e uccidevano, eppure lo facevano con un’etica, tutta loro, ma un’etica. A contrastarli, dalla parte della legge, c’era un’analoga intelligenza, un ispettore bello, tenace e coraggioso, ma io, la ragazzina, non ne ero affascinata. Se avessi potuto trasferirmi a Clerville avrei voluto conoscere solamente quell’uomo e quella donna inossidabili e sempre innamorati. È lì, in quell’amore romantico e paritario, che percepivo il fascino di quel fumetto. Io, la ragazzina, intanto crescevo e mi accorgevo che non c’era nessuna bellezza nella spicciola delinquenza della cittadina di provincia dove vivevo: solo piccoli furti e scippi, nulla a che fare con la malìa che esercitavano Diabolik e Eva. Crescevo, ma non perdevo la consuetudine alla lettura e intanto, mi guardavo allo specchio. Era ora di cambiare, lo sentivo come un imperativo interiore, perché io, da ragazzina, ero sì magra e appassionata, ma ero anche sgraziata e, soprattutto, mora. Però avevo un modello a cui ispirarmi, un ideale perfettamente definito. Alcune cose mi apparivano un po’ più lunghe e difficili da perseguire: avrei dovuto iscrivermi ad una scuola di danza per imparare a muovermi con armonia e agilità e anche studiare le regole del bon ton e della guida sportiva e poi, almeno, provare ad aumentare il mio scarso coraggio intraprendendo azioni audaci. Però sapevo pure che c’erano delle cose che potevo fare immediatamente. Dal guardaroba, perciò, bandii i colori e tenni solo i capi neri, attirandomi le prime critiche in famiglia. Poi i capelli: se solo fossi riuscita a convincere la mamma della necessità assoluta di modificarne il colore. Non potevo essere una Eva di colore castano scuro, quasi nero. Ma la mamma non ne voleva proprio sapere. Non capiva proprio niente, la mamma. Allora mi confidai con la mia migliore amica. Dopo aver fatto una dettagliata analisi, trovammo la soluzione e la mettemmo in pratica un pomeriggio di tarda primavera, a casa sua. Le istruzioni sulla scatola erano semplici: preparare la crema decolorante miscelando la polvere contenuta nella confezione e il perossido di idrogeno, più noto come acqua ossigenata, poi stenderla su tutta la lunghezza dei capelli e tenerla in posa per venticinque, trenta minuti. La crema sembrava un po’ scarsa per essere ben distribuita, ma noi pensammo bene che, magari, sarebbe stato sufficiente tenere l’impacco decolorante un poco più a lungo di quanto prescritto, per raggiungere lo scopo. Comunque, più facile di così non si poteva. Dopo cinquanta minuti cominciò la fase del risciacquo, ma insieme alla crema scivolarono via anche ciocche di capelli, molte, tante ciocche. Però erano ciocche di capelli chiari, quasi bianchi. L’asciugatura e la piega si risolsero in pochi minuti lasciando sulla mia testa di ragazzina dolente una manciata di stoppa giallastra. Ora restava solo un’ultima cosa da fare, una vera azione audace e coraggiosa, un gesto che, sono sicura, neanche Eva Kant avrebbe voluto fare: mostrarsi e confessare il guaio alla mamma.
Kriminal contro Diabolik di Maurizio Balestra
Diabolik? No. Non mi è mai piaciuto molto e quei pochi numeri, che dopo chissà quanti giri mi sono trovato a leggere (all’epoca i giornalini passavano decine e decine di mani prima di arrivare alla tue), di solito li lasciavo per ultimi. Io poi non ne ho mai comprato uno, all’epoca i soldi erano pochi e quei pochi cercavo di investirli meglio. Diabolik era roba da donne! Non mi piaceva lui, il bellone. Questa specie di 007 cattivo, ma fedele, che vinceva sempre. Ci voleva ben altro per il mio immaginario di allora! Non mi piaceva lui non mi piaceva la grafica (le ragazze che lo attorniavano, in ogni numero almeno una diversa, erano tutte uguali, si distinguevano solo dalla pettinatura e dal colore dei capelli). Non mi piacevano le storie. Le maschere di gomma con cui potreva assumere le sembianze di chiunque (ma come facevi a non accorgerti che davanti a te avevi uno che indossava una maschera di gomma?), lo ponevano troppo al di sopra dei suoi avversari . Una volta che (con un artificio narrativo) rendi impossibile accorgerti che chi hai di fronte indossa una maschera, questo può fare di te ciò che vuole! Bella forza! Con la maschera diventa facile risolvere qualsiasi situazione e possibile sdipanare qualsiasi intreccio, senza bisogno di fare (logicamente) i salti mortali. Si indossa la maschera ed il gioco è fatto. Nessuno ti riconosce. I ruoli si invertono e la via di fuga è sempre aperta e a portata di mano . Chi ne risente è il racconto che diventa monotono e ripetitivo. Qualcosa come i romanzi di Liala. Roba da donne! Vuoi mettere Kiminal e/o Satanik (sua sorella? il suo alter ego?). Nati di lì a poco . Non c’è storia. Fosse solo per quel po’ di pelo che lasciavano intravvedere (per quei tempi era comunque un qualche cosa!) Ma non solo quello. Lei sì che era veramente diaboliKa, anzi sataniKa! Erano personaggi complessi. Le storie avvincenti e Magnus era Magnus. Di fonte al mondo criminale e corrotto in cui si muove Kriminal ed a quello horrorifico e soprannaturale di Satanik, il mondo di Diabolik sembra quello dei “telefoni bianchi”. Liala. E poi si legge Diabolik o Diabolìk? Il problema si pone anche con Satanik, ma con Diabolik diventa stringente quando, ad un certo punto, in televisione compare Dorellìk, la versione sfigata di Diabolik (o Diabolìk). E come poteva non essere. Un personaggio così perfetto sembrava inventato apposta per essere preso per il culo. E così fu per il divertimento di noi bambini. Io poi Jonny Dorelli (soprattutto in versione Dorellìk) lo apprezzavo particolarmente, perché una sera gli si fermò la macchina proprio davanti a casa mia (sulla via Emilia) e la portò a riparare dall’elettrauto (Bianchi) che era proprio lì sotto . Attorno gli si formò un capannello di gente e Dorelli, quando gli andai a tirare la giacca per chiedergli un autografo, mi prese in braccio (la sua foto autografata devo averla ancora da qualche parte).
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Dalla 2. festa del dialetto a Roversano: TE AD CHI SIT E' FIOL?
"Il Cantiere" di Cesena
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Il cantiere vi aspetta il 24 luglio 2010 alla Rocca Malatestiana di Cesena, dove festeggeremo insieme i 20 anni della band in occasione di "Fattoria X - 3° Balusa Party".
Questo il programma:
Inizio spettacoli ore 21
Festa del ventennale de "IL CANTIERE - Rock Agricolo"
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